Come inizia la vita umana – Erich Blechschmidt
- Daniele Della Posta

- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 11 min
Dall'uovo all'embrione
«La forma non viene costruita. Emerge. È la traccia visibile di un dialogo ininterrotto tra materia vivente e le forze che il suo stesso sviluppo genera.»
INTRODUZIONE: UN CAMBIO DI PROSPETTIVA RADICALE
Il nostro viaggio attraverso la complessità ci porta ora al cuore del problema della forma vivente: non più cosa sia, ma come diventi. Dopo D'Arcy Thompson, che ci ha insegnato a leggere la forma matura come un diagramma di forze, e Lima-de-Faria, che ci ha mostrato lo spazio delle possibilità morfologiche inscritte nelle leggi fisiche, ci troviamo di fronte alla questione ontologica per eccellenza: se la fisica definisce il possibile e l'evoluzione ne esplora lo spazio, cosa governa, qui e ora, la realizzazione di un unico corpo dal singolo uovo fecondato?
Erich Blechschmidt (1904-1992), con la sua opera capitale Come inizia la vita umana (1961), offre una risposta che è allo stesso tempo una rivoluzione metodologica e un cambio di paradigma epistemologico. Il suo non è un trattato di embriologia descrittiva, ma un manifesto per una scienza del divenire: la morfocinesi.
La non-linearità del pensiero scientifico
Prima di andare avanti vorrei far notare al lettore il fatto che Blechschmidt pubblichi trent'anni prima di Lima-de-Faria, mentre nella nostra rassegna logica lo segue, non è un errore cronologico. Ciò rappresenta una lezione sulla natura della conoscenza in ambito complesso: spesso l'osservazione fenomenologica anticipa e nutre la formalizzazione teorica. Blechschmidt, da morfologo puro, vide nel microscopio ciò che la biologia teorica avrebbe sistematizzato solo decenni dopo: che la fisica non è un semplice sfondo per la biologia, ma ne è il linguaggio costitutivo.
Per il clinico, questo passaggio non è accademico: significa abbandonare la domanda "dov'è il danno?" per abbracciare la domanda "come si organizza questo sistema mentre diventa ciò che è?". È il passaggio dal pensiero analitico-riduzionista ("trova la parte rotta") al pensiero sintetico-sistemico ("comprendi la dinamica dell'insieme").
LA MORFOCINESI – QUANDO LA FISICA DIVENTA FORMA
Fin dalle prime pagine di Come inizia la vita umana, Blechschmidt compie un gesto filosofico fondamentale: rifiuta esplicitamente la metafora dell'embrione come "cantiere" che segue un "progetto architettonico". Al contrario, afferma che «lo sviluppo non è una costruzione secondo un piano, ma un processo fisico continuo» determinato da forze interne. Questa visione rovescia il paradigma che ancora permea gran parte del pensiero medico: l'embrione non è un oggetto da costruire, ma un sistema fisico attivo dove costruttore e costruito coincidono.
Il motore di tutto, per Blechschmidt, è la crescita differenziale. Nel testo, descrive minuziosamente come questa crescita disuguale non sia un difetto, ma il meccanismo generativo primario. È qui che possiamo riconoscere quel principio di rottura di simmetria di cui parlava Elena Castellani: dall'omogeneità dell'uovo fecondato emerge la differenza, e da questa differenza nascono le forme.
Questa disuguaglianza genera, secondo Blechschmidt, un campo biodinamico – un concetto cardine della sua opera. Non si tratta di forze misteriose, ma di "forze formative che sorgono necessariamente dall'attività metabolica e dalla crescita disuguale delle parti". Il campo è una configurazione reale di pressioni, trazioni, compressioni e gradienti metabolici che forniscono, come scrive, le coordinate dello spazio di sviluppo.
Un esempio che Blechschmidt analizza in profondità è la formazione del tubo neurale. Nel libro, illustra come questo non sia l'esecuzione di un comando genetico, ma la soluzione fisica più economica a uno stress meccanico: la regione dorsale cresce più velocemente, la lamina cellulare si piega per necessità. La forma del tubo neurale non è un obiettivo, ma un esito.
Blechschmidt estende questo principio a tutte le morfogenesi, mostrando come la risoluzione fisica di stress da crescita differenziale governi la formazione di organi tubulari e cavità secondo un isomorfismo di processo – strutture diverse che condividono una stessa genesi fisica.
ISOMORFISMO CLINICO DEL PROCESSO: QUANDO IL CAMPO DISTORTO GENERA DISFUNZIONE
Se, come scrive Blechschmidt, «il corpo non termina il suo sviluppo alla nascita, ma trasforma i processi di sviluppo in processi di mantenimento», allora il suo modello non è solo embriologico, bensì è una lente per leggere anche il corpo adulto.
Prendiamo il caso di una disfagia funzionale (difficoltà di deglutizione con esami negativi). L'approccio convenzionale cerca un "difetto locale" o di regolazione nervosa. La prospettiva che Blechschmidt ci offre è diversa: dobbiamo chiederci qual è il campo di forze nella regione cervico-mediastinica e buccofaringea.
Blechschmidt dedica pagine cruciali allo sviluppo della regione faringea e laringea, descrivendola come un sistema di sospensioni e tensioni in equilibrio dinamico. La deglutizione, in questa luce, non è un semplice riflesso, ma un evento idrodinamico di precisione che richiede la coordinazione mobile di strutture sospese in un campo fasciale tridimensionale.
Quando, nell'adulto, una tensione fasciale cronica (da trauma, postura, infiammazione) altera questo campo – proprio come una crescita differenziale anomala lo avrebbe alterato nell'embrione – si crea un vincolo. La mobilità dell'osso ioide può essere limitata, lo spazio retrofaringeo ristretto. Nessun "pezzo" è rotto, ma il campo è distorto.
Il sintomo (disfagia) diventa allora, in termini blechschmidtiani, il segnale che la soluzione adattativa trovata dal sistema (un pattern deglutitorio compensatorio) sta diventando troppo costosa. Ciò rappresenta l'equivalente adulto di una forma embrionale che, pur emergendo da forze fisiche reali, non raggiunge una configurazione di equilibrio ottimale.
I CAMPI BIODINAMICI – L'ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTO
Il concetto cardine di Blechschmidt è quello di campo biodinamico. È essenziale comprenderlo nella sua radicale concretezza: non è un'entità metafisica, né un "programma" biochimico. È una configurazione spaziale emergente di forze fisiche reali (gradienti di pressione, trazione, concentrazione metabolica) che si autorganizza dall'attività stessa del sistema.
«Le cosiddette forze formative non provengono dall'esterno né da un centro direttivo, ma sorgono necessariamente dall'attività metabolica e dalla crescita disuguale delle parti.»
Questa affermazione elimina ogni residuo di teleologia o vitalismo. Non c'è un "organizzatore" che dall'alto dirige la sinfonia. La sinfonia emerge dal suono stesso degli strumenti concetto che già abbiamo incontrato con D.Deutsch e che qui trova la sua applicazione più concreta nella materia vivente. Una cellula si differenzia non perché obbedisce a un destino scritto, ma perché la sua posizione all'interno del campo la sottopone a specifiche condizioni fisiche a cui il suo repertorio genetico può rispondere. Il DNA fornisce le possibilità, il contesto fisico in divenire sceglie quale attualizzare.
IL VOLTO: ANATOMIA DI UN CONFLITTO GENERATIVO
Il capitolo "Il viso nel campo d'azione tra encefalo e cuore" è una rigorosa descrizione fisica. Blechschmidt mostra come due poli di crescita ipertrofica – la massa encefalica anteriore che si espande in avanti e il cuore che preme verso l'alto e in avanti – generino un campo di pressioni reciproche. Il tessuto cranio-facciale non è modellato da un "gene del viso", ma si organizza come il materiale di compromesso che risolve fisicamente questa tensione. Le ossa mascellari, la disposizione degli occhi, la forma del naso, tutto è la traccia fossile di una negoziazione di forze avvenuta nelle prime settimane di vita.
Questa intuizione trova un riscontro sorprendente: le strutture che Blechschmidt identifica come esito di questo conflitto di forze corrispondono esattamente ai nodi cruciali dell'asse cranio-spino-sacrale – l'occipite, la fascia cervicale, la mandibola, la dura madre – quelle stesse strutture che, nell'adulto, risultano essere gli hub di maggiore betweenness e closeness nelle analisi di rete. Il campo biodinamico embrionale si cristallizza in una topologia anatomica precisa.
Questa stessa logica si estende a tutte le cavità corporee secondo un chiaro isomorfismo di processo: il torace emerge come equilibrio dinamico tra l'espansione di cuore e polmoni e la resistenza della colonna vertebrale; l'addome come negoziazione continua tra la crescita degli organi digestivi (fegato, stomaco, intestino) e i vincoli della parete muscolo-fasciale; il bacino come soluzione tra la massa viscerale e l'anello osseo.
Ogni cavità è un campo di forze stabilizzato non un contenitore predefinito da un progetto, ma la soluzione morfologica ottimale allo stesso problema fisico fondamentale: come organizzare e contenere masse in crescita in uno spazio limitato. Blechschmidt dimostra che comprendere un singolo processo (la risoluzione di un campo di forze) significa comprendere un'intera famiglia di forme anatomiche.
La validità di questo modello è confermata dalle alterazioni morfologiche che si osservano quando il campo di forze cranio-facciale è alterato:
Nella microcefalia, dove lo sviluppo cerebrale è ridotto, il volto appare sproporzionatamente grande e prominente perché manca la forza antagonista dell'encefalo.
La palatoschisi trova qui una spiegazione meccanica elegante: non è un semplice "errore" di fusione, ma un fallimento nella risoluzione del campo di tensioni tra i processi mascellari sottoposti a trazioni opposte durante lo sviluppo.
Le plagiocefalie posizionali dimostrano come, anche dopo la nascita, tensioni asimmetriche delle strutture muscolo-fasciali di inserzione sul cranio possano deformare attivamente una forma ancora plastica in risposta a un campo di forze distorto, confermando la continuità dei processi morfocinetici.
Molte malocclusioni dento-scheletriche possono essere rilette come l'esito di un campo di forze alterato durante la crescita: pattern di deglutizione atipica, respirazione orale cronica o tensioni fasciali cervicali applicano forze costanti che, nel tempo, modificano la crescita dei mascellari e l'allineamento dentario.
Nelle sindromi da ipoplasia mandibolare (come la sequenza di Pierre Robin), lo sviluppo insufficiente di un polo osseo altera radicalmente l'equilibrio di tutto il campo cranio-facciale, mostrando come un singolo elemento carente possa distorcere l'intera architettura della regione.
LO SVILUPPO COME SPIRALE DI COMPLESSITA'
Questa visione permette di superare il concetto stesso di gerarchia lineare (gene → cellula → tessuto → funzione) a favore di un modello circolare, una spirale di complessità crescente:
Il Campo Fisico Generativo: forze generate dalla crescita differenziale e dal metabolismo.
La Risposta Cellulare Adattiva: attivazione di programmi genetici in risposta agli stimoli meccanici/chimici del campo.
La Stabilizzazione di una Forma: deposizione di matrice, cambiamenti di adesione cellulare, che cristallizzano una configurazione.
La Modifica del Campo Originale: la nuova forma altera a sua volta la distribuzione delle forze.
L'Emergenza di una Nuova Funzione: la forma stabilizzata, per le sue pure proprietà fisiche, inizia a svolgere un'attività (flusso, contrazione, filtrazione).
La Generazione di un Nuovo Campo: la funzione stessa produce nuove forze (forze di flusso, gradienti di shear, pressioni), che diventano il contesto per lo sviluppo successivo.
La funzione non è il fine ultimo, ma il generatore del contesto successivo. Questo modello è fondamentale per la riabilitazione: suggerisce che per modificare una funzione patologica (es. un pattern respiratorio disarmonico, una stipsi funzionale), non basta lavorare sulla funzione stessa, ma si può intervenire strategicamente su qualsiasi livello della spirale funzionale modificando il campo di forze , la risposta tissutale o la forma stessa (con una terapia manuale sapientemente mirata e l'attivazione di processi funzionali), rappresentando un approccio sistemico per eccellenza.
L'EREDITÀ NELL'ADULTO E IL FRAINTENDIMENTO BIODINAMICO
L'intuizione forse più clinicamente rilevante di Blechschmidt è quella della continuità ontologica:
«Il corpo non termina il suo sviluppo alla nascita, ma trasforma i processi di sviluppo in processi di mantenimento.»
Il campo biodinamico non si dissolve; rallenta, si stratifica, si cristallizza nella struttura anatomica. La matrice extracellulare, con la sua architettura di fibre di collagene ed elastina, non è un semplice impalcatura. È l'archivio fisico vivente delle forze che hanno attraversato il corpo. Ogni adattamento posturale, ogni trauma, ogni cicatrice, ogni pattern motorio ripetuto "scrive" la sua storia nell'orientamento, nella densità e nella tensione di questo network. La struttura non è statica: è storia materializzata, un campo di forze reso persistente.
APPLICAZIONE CLINICA SISTEMICA: IL DOLORE PELVICO CRONICO COME DISTORSIONE DI UN CAMPO BIODINAMICO
Nel dolore pelvico cronico "essenziale", la ricerca si focalizza spesso su fattori isolati: infiammazione, ormoni, muscolatura locale, aspetti psicologici. La lettura morfocinetica non nega questi fattori, ma offre un quadro unificante attraverso cui comprenderne l'interazione.
Blechschmidt ci insegna a vedere il bacino non come un contenitore di organi, ma come un campo biodinamico attivo dove utero, ovaie, retto e vescica sono strutture dinamicamente sospese in una rete tensiva tridimensionale (legamenti, fasce endopelviche, pressioni addominali e pelviche).
Il modello spiega come fattori disparati convergano nello stesso esito fisico:
Un parto traumatico o una chirurgia alterano direttamente l'architettura fasciale.
Uno squilibrio ormonale (es. estrogeni) può modificare il tono e l'idratazione del tessuto connettivale, cambiando le proprietà meccaniche del campo.
Lo stress cronico (con il suo cortisolo) e le tensioni emotive si somatizzano spesso come contrazioni croniche del diaframma pelvico e della muscolatura addominale, modificando le pressioni interne.
Un trauma del coccige o un pattern motorio alterato cambiano i vettori di forza attraverso il bacino.
Tutti questi fattori, attraverso meccanismi diversi, producono lo stesso effetto fisico: distorcono il campo di sospensione pelvico. Il risultato è un campo "irrigidito" o "asimmetrico" che genera:
Trazioni anomale su legamenti e fasce
Stasi micro-circolatorie da compressione
Irritazione nervosa da spazio ridotto
Alterata mobilità viscerale
Il dolore, quindi, non è solo l'infiammazione di un organo o la contrazione di un muscolo, ma anche la percezione di un campo biodinamico cronicamente distorto.
Ne consegue che il ripristino dell'equilibrio di questi campi biodinamici rappresenta un'indicazione terapeutica di grande efficacia e sostegno in molteplici situazioni cliniche. Non si tratta di curare un organo specifico, ma di riequilibrare il contesto fisico all'interno del quale gli organi funzionano e i sintomi emergono. In questa prospettiva, tecniche di rilascio fasciale, mobilizzazioni viscerali e rieducazione della dinamica diaframmatica non sono semplici manipolazioni, ma interventi precisi che modulano informazioni fisiche nel campo, offrendo al sistema l'opportunità di auto-riorganizzarsi verso uno stato di maggiore equilibrio e minore sintomatologia.
LA DERIVA VITALISTA E IL RITORNO ALLA CONCRETEZZA FISICALISTA
L'opera di Blechschmidt è stata accolta con entusiasmo in ambito osteopatico, in particolare nelle correnti biodinamiche (Becker, Jealous, Sills). Tuttavia, in questo passaggio si è spesso operata una pericolosa transustanziazione concettuale. Il "campo biodinamico" – entità fisica misurabile e descrivibile – è stato trasformato in concetti come "Respiro Primario" o "Forza Vitale", entità presupposte intelligenti e teleologiche, accessibili solo attraverso stati percettivi "sottili" e un atteggiamento di neutralità passiva.
Prendiamo una definizione emblematica: "Il Respiro Primario è l'espressione della Forza Vitale, l'intelligenza fondamentale che dà forma, mantiene e ripara il corpo" (Sills, 2001). Questo è un salto metafisico che Blechschmidt non avrebbe mai compiuto. Per lui, l'organizzazione emerge dalle proprietà auto-organizzative della materia vivente soggetta alle leggi fisiche, non da un principio immateriale.
Questa deriva, pur nata da buone intenzioni, crea tre problemi fondamentali:
Riduce la clinica a un atto quasi mistico, sottraendola al campo della verificabilità, della ripetibilità e del controllo scientifico.
Passivizza il ruolo del terapeuta, che da interlocutore competente diventa un "canale" o un "ricevente" passivo di informazioni non verificabili.
Allontana dalla concretezza del corpo materiale, dove il campo si manifesta in modo tangibile come pattern di tensione fasciale, alterazioni della mobilità articolare, modifiche della forma. Rispecchia il dualismo mente-corpo che Blechschmidt voleva superare.
All'interno del dibattito sull'eredità di Blechschmidt, si propone qui una lettura che riporta l'attenzione sulla sua concretezza fisicalista. Contro le interpretazioni che rischiano di rendere il "campo biodinamico" un concetto ineffabile, questa prospettiva lo ancorava a fenomeni osservabili nel corpo adulto.
Secondo questa interpretazione, il campo biodinamico si manifesterebbe attraverso pattern riconoscibili:
Nei pattern dei moduli anatomici...
Nella strategia motoria compensatoria...
Nelle deformazioni adattative...
Nei percorsi preferenziali di carico...
Questi pattern sarebbero i geroglifici del campo, la sua scrittura tangibile nella materia. La loro decifrazione non richiederebbe una sensibilità speciale, ma un addestramento specifico allo sguardo sistemico e all'analisi delle relazioni.
Questa lettura, che trova espressione in approcci come la Comunicazione Morfologica attraverso la valutazione e l'applicazione delle reti anatomiche con KNT, non nega la complessità del vivente, ma cerca di leggerla attraverso il linguaggio della fisica e della forma di Blechschmidt. Rappresenta un invito a cercare l'organizzazione del sistema nell'intelligenza della materia stessa.
CONCLUSIONE: IL DIVENIRE COME CONDIZIONE ONTOLOGICA DEL VIVENTE
Come inizia la vita umana di Erich Blechschmidt ci consegna molto più di una teoria embriologica. Ci consegna una metafisica della forma vivente in cui l'essere è, inestricabilmente, un divenire. La forma non è uno stato, ma un processo rallentato; non un oggetto, ma una conversazione che si è fatta struttura.
Per il clinico, questa visione è al tempo stesso umile e potentissima.
Umile, perché ci ricorda che non siamo "riparatori" di un progetto ideale violato, ma facilitatori di processi la cui intelligenza è insita nella fisica del sistema stesso. Il nostro ruolo non è correggere, ma offrire al sistema le condizioni (informazioni, riduzione di vincoli) per trovare da solo soluzioni più economiche.
Potentissima, perché ci fornisce un modello operativo unificante che spiega problemi apparentemente disparati – dal dolore muscolo-scheletrico alla disfunzione viscerale, dalla disfonia alla stipsi funzionale, dal dolore pelvico cronico alle cefalee muscolo-tensive – sotto un'unica legge: la funzione è l'emergere armonico (o disarmonico) di un campo biodinamico. Il sintomo ci indica precisamente dove il dialogo interno del campo si è inceppato, dove la soluzione fisica adottata dal sistema è diventata troppo costosa e disfunzionale.
La biodinamica blechschmidtiana, liberata dalle incrostazioni vitaliste, ci appare così per ciò che è veramente: non una tecnica tra le tante, né una sensibilità esoterica, ma il rigoroso riconoscimento che la biologia è fisica in azione e che la terapia, nella sua espressione più alta, non è l'applicazione di un protocollo, ma l'arte di partecipare a quell'azione con intelligenza, rispetto e una profonda fiducia nell'intelligenza auto-organizzativa della materia vivente.
Il campo biodinamico non muore con la nascita. Si trasforma, si ispessisce, si fa storia e continua a parlarci, incessantemente, attraverso il linguaggio concreto delle forze, delle tensioni e delle forme. Sta a noi, terapisti del XXI secolo, imparare quella lingua non con l'orecchio del mistico, ma con la mente del fisico, il cuore dello scienziato e le mani dell'artigiano, per diventare, infine, abili e rispettosi conversatori.
Nella prossima tappa vedremo come questo dialogo si concretizza nel meccanismo cellulare e tissutale della Trasduzione Morfologica – il processo attraverso cui un semplice segnale meccanico del terapeuta si trasforma in informazione biologica che riprogramma il network connettivale, neuro-motorio e metabolico del paziente.
Tutti i concetti fondanti espressi in questo articolo sono un'interpretazione e sistematizzazione del pensiero di Erich Blechschmidt così come emerge dalla sua opera principale. Per un confronto diretto con la fonte originale, si rimanda alla lettura di Come inizia la vita umana (Futura Edizioni).
#ComprendereLaComplessità #ErichBlechschmidt #Morfocinesi #CampiBiodinamici #Ontogenesi #BiologiaDeiSistemi #FisicaDelCorpo #ControIlVitalismo #ComunicazioneMorfologica #KNT #TerapiaSistemica #Olarchia #AutoOrganizzazione #Meccanobiologia #FilosofiaDellaScienza #MedicinaFunzionale #EmbriologiaFisica





Commenti